Da Bologna

Bologna la rossa, bologna la grassa, bologna emiliana e in odor di romagna, come canta Guccini.
Bologna, Ale e io, l’abbiamo vissuta in tre tempi.

Il primo è quello più lontano nel tempo, quello dell’Università.
Noi due, come migliaia e migliaia di altri ragazzi, abbiamo scelto Bologna come nostra casa per studiare, per laurearci.
A dire il vero Ale aveva scelto Roma, poi, all’ultimo anno di università si è trasferito a Bologna.
Dovevamo incontrarci, del resto.
Io sono approdata a Bologna nel lontano 1993, ho vissuto più anni in questa città rispetto a quelli vissuti nel mio paese d’origine, Novellara.
Ale arriva da Roma, ma prima era a Venezia in collegio e prima ancora a Rossano Calabro, sua terra d’origine.
Bologna da universitari è magica e spaventosa allo stesso tempo. Puoi perderti, disperderti e scomparire a te stesso se non trovi un vero senso in ciò che stai facendo.
Bologna ci ha sempre abbracciati, i  portici ti avvolgono, ti  contengono.
Io l’ho odiata e spesso ho cercato di andarmene emigrando in Germania, a Colonia, oppure a Ferrara, nelle vicinanze, oppure a Reggio Emilia. Sono pure tornata a casa, a Novellara, un anno. Proprio l’anno in cui POI mi sono laureata.
Comunque, a Bologna, sono sempre tornata.
C’è qualcosa, e qualcuno, che mi tengono salda a quella città.
La sento un po’ anche mia, mi sento a casa.
L’università ci ha fatti incontrare, o meglio, un bar ci ha fatti incontrare. Uno dei bar più caratteristici di Bologna, un bar dove si diventa amici, un bar in cui si intrecciano le storie, in cui ci si da appuntamento e ci si sente accuditi. Parlo di Maurizio, i bolognesi che leggono il blog sanno sicuramente di cosa sto parlando.
E Bologna, per noi, in quel periodo, non è stata tanto facile, perché le nostre vite, in quel momento non erano tanto facili. Era il periodo in cui si cerca disperatamente di capire chi si è, chi si vuole diventare ancora non serve.  Si fanno i conti con il presente e con il passato-
Avevamo due vite da riorganizzare, altre storie importanti con cui fare i conti e dovevamo scegliere cosa scegliere. Non sono stati anni facili, entusiasmanti, vissuti pienamente, quello sì.

Poi c’è la Bologna vissuta per lavoro, con i progetti al Pilastro, l’associazione culturale leos sight, le scuole, i ragazzini,la voglia e il desiderio di cavarcela da soli, di fare qualcosa di prezioso, di mettersi in discussione costantemente. Lavoravamo insieme, era molto stimolante e appassionante, sentivo il vero impegno e la lotta dentro. Avevamo gli amici più cari con cui dividevamo il lavoro, le chiacchiere, le idee, le speranze. Parlo di Dani, Gio, Viviana, Pietro, Michele e, ovviamente, Maria, la preside di frontiera.
E’ una Bologna vissuta con l’impegno e con la passione, non più per lo studio ma per sopravvivere con dei lavori che non fossero più semplicemente fare i camerieri in un locale per potersi permettere i soldi dell’affitto.
C’erano altri ideali, con ancora la possibilità di vivere leggeri, andando all’ultimo spettacolo al cinema, fermandosi a fare degli aperitivi interminabili, ancora senza dei veri e proprio orari ma con la necessità di sentirsi utili a questa società.
Ormai eravamo diventati una coppia, in tutti i sensi. Facevamo la spola tra Reggio Emilia, dove ci siamo trasferiti per poter convivere, e perché io avevo trovato anche un altro lavoro, dopo essermi laureata. Lavoravo tanto, tantissimo. Non avevo ancora la patente e giravo tutta la provincia di Reggio Emilia con treni, autobus, passaggi,per poter svolgere il mio lavoro nascente di pedagogista. E poi si andava a Bologna, alcuni giorni la settimana per portare avanti il nostro progetto educativo al Pilastro.
Ale ancora doveva finire l’università.
I viaggi Bologna-Reggio diventavano pian piano quasi quotidiani e così abbiamo scelto, di nuovo, di tornare in questa città, che così prepotentemente continuava a chiamarci.

Abbiamo iniziato  a cercare casa, abbiamo deciso di ricambiare vita. Io ho lasciato il lavoro a Reggio che mi ha insegnato tantissimo e che mi ha permesso di sentirmi capace. Ale nel frattempo si è laureato e il lavoro al Pilastro, con la nostra associazione culturale, ci coinvolgeva sempre più. Maria, che ha sempre creduto in noi e che ci ha davvero sostenuto in ogni scelta, ci ha offerto un suo appartamento, proprio in centro, a Porta Castiglione.

Era l’inizio di una nuova vita. In tutti i sensi, dentro di me stava crescendo Ines e siamo ritornati a Bologna che ero incinta di 4 mesi.

E poi, quindi, abbiamo scoperto un’altra Bologna, un’altra faccia della città.
Altri luoghi, altre facce, altri tempi, altri orari.
La Bologna di chi ha figli.
Scopri il mondo della scuola, le biblioteche per bambini, i parchi gioco, i teatri, i cinema per ragazzi. Scopri che c’è un altro modo dentro a quello era il tuo mondo. Forse lo vedevamo di sfuggita, ma non gli abbiamo mai dato peso, anzi, forse un po’ lo si snobba il lavoro dei genitori quando ancora non lo si è.
All’inizio, tornare nella zona universitaria, ripassare da Maurizio, da quei luoghi così lontani, ormai, era quasi imbarazzante. Ci chiedevamo, ma si vedrà che non siamo più studenti?
Ora, che di figli ne abbiamo quattro, credo che si veda eccome che non siamo più studenti, saremmo forse un pò ridicoli se credessimo ancora di esserlo!
Ma così deve essere, e così siamo di nuovo alla scoperta di questa città. E siamo di nuovo in procinto di cambiare tutto, di riorganizzarci da capo, per l’ennesima volta.
Con Ines piccolina abbiamo vissuto a Porta Castiglione, in una viuzza chiamata Vicolo Viazzolo, in mezzo ai palazzi rossi e arancioni tipici di Bologna. I giardini Margherita erano il nostro pane quotidiano, lunghe passeggiate con il passeggino e con Jago, il nostro cane, sempre appresso.
L’arrivo di Miranda ha cambiato di nuovo le carte in tavola. Altro trasloco, altra casa, questa volta la “nostra casa”. La famiglia di Ale ci ha aiutati a comprare una casa in un luogo alla periferia di Bologna di cui nemmeno eravamo a conoscenza: il Borgo Roveri. Una piccola isola felice in mezzo alla zona artigianale della città. Fuori dal mondo, in mezzo al nulla. Ma varcando quel portone bianco ci siamo ritrovati in un altro tempo, con bambini (tanti) che giocano ancora per strada, vicini con cui si può condividere, strade chiuse, senza traffico, senza pericoli. La nostra vita, da genitori, ha ripreso forma lì.
E anche il lavoro è cambiato. Non senza una profonda tristezza nel cuore abbiamo chiuso il capitolo Associazione Culturale, sono finiti i tempi delle lunghe discussioni tra amici, del Pilastro, dei progetti, della speranza di trasformare qualcosa.
Sia Ale che io abbiamo ricevuto delle proposte di lavoro, più stabili. E con la famiglia che continuava a crescere abbiamo scelto di tuffarci in questa nuova avventura. Lui è diventato il Direttore del CUSB, io la coordinatrice pedagogica dell’Asilo del Villaggio del Fanciullo, l’Atelier dei Piccoli. Le nostre strade lavorative si sono divise, e non è stato facile all’inizio.

Il tempo diventava sempre più veloce, gli impegni sempre più pressanti, gli incastri tra la vita lavorativa, famigliare, sociale, personale sempre più azzardati.
E’ arrivato Vinicio, il nostro terzo bimbo e poi, in mezzo al caos che stava nascendo all’interno del Cusb, dove Ale continuava a essere il Direttore, è arrivato Martino.

Martino che ha segnato un altro punto di rottura nelle nostre vite.
Martino che ha fatto si che riuscissimo a prendere la decisione di lasciare andare tutto, e riprenderci in mano la nostra vita.
Il mondo ci ha chiamati, e Bologna era necessario decidere di lasciarla un’altra volta.
Non più da sola, non più in due, ora in sei.
A Bologna torneremo, abbiamo un cane, gli affetti più cari,  amici, tanti conoscenti, una casa.
Abbiamo pezzi di noi. Non so se rimarremo o se ripartiremo.
So per certo che comunque sempre ritorneremo.

4 pensieri su “Da Bologna

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